ZiGo SUPER ZOMBi

OPERA ROCK A RITMO DI JAZZ

INTERVISTA DI ANDREA VOGLINO

«Zigo Stella», ovvero come spostare i confini del fumetto d’autore nel territorio dell’improvvisazione più pura e della jam session fra tecniche e segni. Alla scoperta del sound di Maurizio Rosenzweig

Un mattoncino di trecento pagine da leggere con un certo impegno fisico, da destra a sinistra, da sopra a sotto, da sinistra a destra, con vignette che tracimano, spezzano la gabbia e superano i confini metaforici e concreti dell’oggetto libro per trasportare il lettore in un viaggio lisergico. All’impossibile crocevia fra il rock progressivo degli Who di «Tommy», il satanismo circense dei Kiss e le improvvisazioni del free jazz. «Zigo Stella» (Edizioni BD, 336 pagine, 23 euro) è un viaggio faustiano in un impero di segni collocato nella terra di nessuno fra la lettura e l’ascolto. Il luogo ideale per incontrarsi con l’autore, Maurizio Rosenzweig. 

Tu hai cominciato a lavorare in pubblicità. Come è nato il passaggio da lì al fumetto, e quanto resta di quella «vita passata» nella tua opera attuale? Il trattamento delle splash page, le onomatopee come slogan…

Di quel periodo mi è rimasta l’immediatezza nel concepire l’inquadratura e la velocità d’impostazione dell’immagine, doti necessarie per seguire i ritmi produttivi della pubblicità. A volte dovevo realizzare interi story-board durante le riunioni operative e in tempo reale rispetto al fluire delle idee. Di mio sono veloce, ma in quelle situazioni si acuisce l’efficienza del disegno e si affina la composizione, e tutto in dogmatico rispetto verso la chiarezza. L’immagine e la sequenza hanno obblighi di lettura che lasciano poco spazio all’improvvisazione. E poi ho imparato ad avere a che fare con le sensazioni dei clienti, risolvendogli i  problemi mentre facevano i capricci. La maggior parte dei clienti non hanno la minima idea di quello che vogliono da una campagna, e tu devi dar loro quello per cui ti pagano senza che neanche loro sappiano con esattezza cosa desiderino. È una scuola davvero efficace. Quando lavori con dei buoni registi è anche divertente. Credo che una certa impronta di quel periodo sia rimasta su come allestisco la sequenza, ma il resto mi viene senza dubbi da certi fumetti di Crumb o le storie di «Mad» disegnate da Mort Drucker, che in una vignetta allestivano un’intera scena.

Di «Zigo» incuriosiscono molto le simbologie: l’occhio vacuo à la Modigliani, il braccio alieno. L’idea sembra quella di un personaggio “patchwork” con caratteristiche totalmente uniche.

Credo che la risposta stia in uno degli elementi nascostamente autoreferenziali del libro. Da piccolo avevo occhiali, apparecchio e scarpe ortopediche, e tutto questo molto prima che uscisse «Robocop». Avevo anch’io parti meta-anatomiche. Uno dei miei personaggi preferiti è ancora «L’uomo da sei milioni di dollari». Lui anticipava la fusione dell’Uomo con la tecnologia che ora purtroppo è all’origine di un grave collasso spirituale, ma che a suo tempo era il terreno per l’inevitabile conflitto uomo-macchina che vedeva L’essenza umana alla fine sempre trionfante, anche se non più serenamente biodegradabile, contro la fredda funzionalità della macchina. Quelle parti biomeccaniche erano il nemico manifesto che tenevano accesa la battaglia primordiale dell’uomo contro quello che lo snatura. Per Zigo è lo stesso. Proprio perché mezzo mostro, starà sempre attento a non fare niente di mostruoso. O almeno ci proverà. Credo che l’importante non sia quello che hai di speciale, ma quello che ne fai.

Sempre a proposito di «taglia e cuci»: raccontaci la scelta di mescolare tecniche grafiche diverse come china, matita, carboncino, pennarelli eccetera.

La tecnica di disegno è assolutamente in linea con l’idea di partenza di tutto il libro. NON scrivere la storia e di conseguenza NON calcolare effetti e dinamiche di quello che stavo per raccontare attraverso il disegno. E non avevo neanche idea di COSA raccontare. I disegni sono andati nella stessa direzione. Ogni notte una pagina, una sequenza, rincorrendo nel modo più pulito possibile la suggestione e l’emotività del momento. I disegni defluivano con la stessa modalità. Tutto era lecito per ottenere un’ombra o un’atmosfera. Un pennarello scarico per raccontare un piano fuori fuoco o un cielo temporalesco steso prima con una 9B e poi graffiato con la gomma. Un ritaglio di un logo giapponese per un’insegna o le luci con l’acrilico bianco. Ogni pagina era una scoperta. Una sorpresa. Un modo di lavorare liberatorio e affascinante.

Con il suo mix di fantascienza, opera rock, romance eccetera «Zigo» sembra un modo per ridefinire o andare oltre i generi, un po’ come nel tuo “L’amore colpevole”, ma in un senso più aperto. È una scelta o una necessità?

Sempre in sintonia con lo spirito iniziale, non mi sono curato di arginare le influenze e le suggestioni. la passeggiata oltre il confine dei generi è stata una cinetica naturale e anche inconsapevole. Il “genere” è solo un freno commerciale, una necessità da archivista. Un concetto tranquillizzante per chi non ha voglia di scoprire cose nuove. Un bisogno religioso di inscatolare le infinte possibilità della mente, imponendo limiti alle escursioni articolari delle storie. Credo che il purista del genere se la veda davvero brutta, in questi periodi di commistioni costanti. Sopravvive la storia. L’archivista dovrà trovarsi un altro lavoro. Per contraddirmi in serena libertà credo che comunque certi lavori puri nel loro genere siano fondamentali per avere ben chiara l’estetica di tutti i mondi a disposizione del narratore. Comunque, parafrasando qualcuno, non chiederti cosa puoi fare tu per il genere, ma chiediti cosa il genere può fare per te.

La morte, il diavolo, la ricerca di sé: c’è una forte vena spirituale nel fumetto. Una ricerca spirituale che sembra essere la vera ossatura della trama.

Sì. Mi diverte trattare i limiti di questa cultura idolatrica, oppure, e più semplicemente, ne sono una vittima anch’io e sto tentando di sopravviverle, cosa assolutamente coerente con il tema del libro, la sopravvivenza. In ogni caso il peso della Morte all’interno della storia è arrivato al suo Zenith solo una volta trovato il finale; Invece il diavolo è un mio mito culturale di sempre. Passione letteraria che condivido con scrittori come  Blake, Milton, Pérez Reverte, Gurdjieff e Carducci, solo per citarne qualcuno. La sua figura è complessa e contiene valori di trasgressione reali e affascinanti, proprio nel moto di disturbo che crea fra i superstiziosi e le aridi vittime di un immaginario preconfezionato e carico di falsi storici. La ricerca di sé in quello che scrivo è coerente con questo desiderio di Dissonanza dalla uniformità. Il dire”io non obbedisco” è un invito a farsi sempre delle domande: equivale a cercare sempre di capire che succede con il coraggio di chi non si inginocchia per demandare. Tutti i miei personaggi hanno un’idea verticale della loro esistenza, anche se poi vivono di desideri assolutamente orizzontali, e tutti si prendono le loro responsabilità. Graficamente, non come segmenti che si incrociano, ma sistemati come gradini di una scala.

Dentro il volume mi sembra di ritrovare molto fumetto Anni ‘70: le femmine giunoniche di Crumb, gli orsetti sexed-up di Posy Simmonds, ma anche l’«Heilman» di Voss, i super-eroi… insomma, un lavoro più ricco e «stratificato» rispetto a esperienze precedenti. Come mai questa scelta?

Scrivere, come disegnare, è sempre una questione di scelte, ma lavorando su Zigo ho cercato di assecondare la necessità di raccontare senza preoccuparmi della forma. Questa non-scelta delle cose da raccontare non è stata limitata nemmeno da un numero di pagine. Ho disegnato finchè me la sentivo. Con Crumb, ci sono cresciuto: era inevitabile che ci piacessero le stesse femmine, alla fine. Di super-eroi so poco. Sono bellissimi ma troppo ancorati alla stessa tradizione che li ha creati. Credo che la ricchezza di Zigo stia nella sua libertà. E la sua stratificazione nella casualità. Questa Simmonds non la conosco. Dopo me la cerco. Grazie.



In «Zigo» la narrazione procede apparentemente senza una direzione precisa, come una sorta di flusso di coscienza. Quali espedienti hai usato per razionalizzare la trama in un insieme coerente?

Nessun espediente. Ho solo lasciato aperto il dialogo con tutto quello che mi ha influenzato in questi anni. Credo che sia sempre una questione di dialogo. Fra i nostri gusti e gli oggetti della Ricerca che iniziamo e quello che diventiamo mentre ciò che accumuliamo si consolida sotto quello che faremo. Questo dialogo costante crea uno scambio fra i nostri gusti e quello che gli stessi ci rivelano di noi. Il dialogo è fra L’esterno e l’Interno. L’espediente è stato per una volta non accantonare questo dialogo e lasciare che trascinasse la storia senza pudori, come una chiacchierata fra vecchi amici che non scelgono le parole mentre si raccontano, ma parlano. Non sono certo che esista il flusso di coscienza, ma credo che sia un concetto affascinante, nella misura in cui tutti i discorsi che toccano ideali di libertà creativa e di movimento ci spronino a superare delle convenzioni o dei confini. Per me il flusso di coscienza è solo la velocità con la quale si compiono delle azioni per raggiungere il proprio obiettivo. Non dico che sia solo una questione di tecnica, ma anche di estrema lucidità e controllo. Più cose hai guardato e ascoltato e più strumenti avrai per compiere azioni necessarie al raggiungimento dell’obiettivo. Con Zigo volevo arrivare a toccare i miei gusti, le mie passioni. Rassicuranti o superficiali che fossero. Ecco. Il dialogo fra interno ed esterno funziona quando è chiaro il punto dal quale le parole devono passare. Non è un Centro, ma una porta. Zigo è questo. Dialogo. In movimento.

Fatti salvi i tuoi lavori come autore completo, tu hai anche lavorato come disegnatore “puro”, penso a «Milano Criminale», o a «John Doe». Come sei riuscito a far convivere la tua ansia di raccontare con le necessità di un prodotto seriale?

Ho una bella versatilità. E poi ero al lavoro con ottimi profssionisti. Tutto il resto vien da sé. Sono cose che possono viaggiare parallele.



«Zigo Stella» ha finale aperto. Sospetto che ci saranno altri seguiti, al di là dello speciale di Napoli.

Sì. Ci sto già lavorando. L’esercizio che vorrei fare è sempre quello di non preparare la storia, ma mentre prima disegnavo delle scene slegate fra loro che poi sono state collegate, ora vorrei andare in modo lineare. Una scena dietro l’altra, come mettere un treno sui binari e vedere fino dove arriva. Anche qui non vorrei controllare niente se non che i passeggeri siano comodi, si tratti di personaggi o di lettori. L’unico Dogma è ancora e solo la leggibilità.

E senza scadenza. Fra qualche anno sarà pronto.



DA ALIAS, SUPPLEMENTO SETTIMANALE DE “IL MANIFESTO”

SABATO 24 SETTEMBRE 2011


copertina

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